Il Palazzo dello zar Aleksèj Michàjlovič a Kolòmenskoe

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"Cultura" Canale TV

Nel settembre del 2010, a Mosca ha fatto la sua ricomparsa l’ottava meraviglia del mondo: cosí i contemporanei definivano il palazzo dello zar Aleksèj Michàjlovič a Kolòmenskoe.

Capolavoro dell’architettura lignea del XVII secolo, venne demolito per ordine di Caterina II. I lavori di ricostruzione del palazzo, basati sui disegni originali, hanno preso il via nel 2008, e una sezione dell’esposizione è stata aperta al pubblico in occasione della festa della città di Mosca.

Le norme antincendio, oggi in vigore, non consentivano l’edificazione del palazzo interamente in legno: per questa ragione, le strutture portanti sono state costruite in cemento armato e ricoperte di travi solo all’esterno. Ma la fedeltà nella riproduzione degli interni e degli affreschi murali è garantita dal lavoro degli specialisti.

Ne parla diffusamente il giornale “Nòvosti kul’túry”. Gli ampi gradini di legno, la volta in metallo con le decorazioni ornamentali ed eccoci nel salone di Aleksèj Michàjlovič. In ambienti simili a questo gli ambasciatori stranieri attendevano di essere ricevuti in udienza dallo zar. Spiega Ivàn Glazunòv, responsabile artistico degli interni: “Si tratta di una tecnica di incisione, espressione di grande sfarzo, in uso nel XVII secolo. Presupponeva disegni ornamentali di fiori, steli, rami intrecciati”.

Poi, la sala da pranzo: mancano ancora gli specchi, le panche e il grande tavolo di quercia. Le pareti sono rivestite in tessuto monocromo secondo la moda europea del tempo. Nell’edificio per i ricevimenti ufficiali ci troviamo di fronte a una mescolanza di stile europeo e orientale. Le decorazioni fanno pensare alla Persia, le mattonelle smaltate sono di foggia ucraina. Il lampadario dorato è praticamente lo stesso che all’epoca forgiarono artigiani tedeschi.

Certo, abbiamo a che fare con repliche, riproduzioni; ma questo è un dettaglio, giacché la descrizione delle stanze è arrivata fino ai nostri giorni. “La stufa con le aquile a due teste è molto interessante. Anch’essa doveva testimoniare la maestà dello zar – prosegue Glazunòv. – Nelle intenzioni di Aleksèj Michàjlovič, quest’aquila doveva simboleggiare l’assimilazione, sotto il potere dello zar, di tutti gli stati ortodossi europei”.

Aleksèj Michàjlovič, detto il Mite, poteva trascorrere in preghiera ore intere, il che spiega le rappresentazioni sacre visibili nei suoi appartamenti. Si tratta di scene dall’Antico Testamento, con Davide e Salomone.

Circa 300 stanze, con tetti simili a cupole: nel XVII secolo i forestieri rimasero tanto colpiti da tale sfarzo architettonico da definire il palazzo come l’ottava meraviglia del mondo. Elèna Verchòvskaja, vicedirettore del Museo di Kolòmenskoe, spiega: “Siamo di fronte a una concezione originalissima: creare una residenza all’europea che, pure, mantenesse un legame forte con la realtà moscovita. Per Pietro il Grande, invece, era importante mostrare una Russia diversa, proiettata in Europa e trionfante nella Guerra del nord contro gli svedesi”.

In questa stanza, allora decorata in toni blu, Pietro I trascorse la sua infanzia. Ma un palazzo in legno non era di suo gusto e, dopo che fu salito al trono, fece ritorno a Kolòmenskoe in un’unica occasione. Poi, Caterina II dette disposizione di eliminare tutti gli edifici costruiti fino ad allora. Cosí, l’ottava meraviglia rimase in piedi solo 100 anni.

Il palazzo che vediamo oggi, certo, è un’opera nuova fin dalle sue fondamenta. Ma gli artisti affermano che bisogna ridare vita alla storia.

La chiesa annessa appartiene alla stessa epoca del palazzo. Fondata nel 1685, essa si ergeva tra i boschi e le paludi della regione di Archàngel’sk. Abbandonata da tempo, è stata riscoperta in anni recenti. L’hanno smontata pezzo per pezzo e trasferita qui. Solo alcune travi sono state sostituite, il resto è tutto antico.